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“Fixes that Fail”: l’archetipo delle soluzioni apparenti

Gennaio 19, 2017
by Gianluigi
archetipo, causa-effetto, complessità dinamica, pensiero sistemico, sistema
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Nel precedente articolo ti sei imbattuto nella nozione di archetipo sistemico e ci siamo salutati con l’impegno di parlarne meglio.
Come ormai sai, pensare in termini sistemici prevede l’adozione di un metodo e linguaggio diversi da quelli cui siamo abituati, riduzionistici, analitici e lineari.
Nel pensiero sistemico lo sforzo di osservazione e di comprensione è rivolto alla ricerca e alla codifica dei flussi e delle forze “nascoste” (e inevitabili) che sovrintendono e regolano i comportamenti degli individui, dei gruppi e delle comunità in genere e che scandiscono la successione causale degli eventi: in pratica, la vita dei sistemi.

Sai anche che per osservare e studiare la realtà con gli strumenti del pensiero sistemico, devi utilizzare, fra le altre cose, pensiero e diagrammi circolari: i diagrammi, naturalmente, non sono composti solo da circoli (benché ne rappresentino il corpo principale) ma anche da altri “mattoncini di linguaggio” che un po’ alla volta imparerai a conoscere.

Bene.
Oltre a tutto ciò, devi sapere che esistono modalità e sequenze di eventi che si ripetono, identici a loro stessi, a prescindere dal contesto o dall’ambiente in cui si scatenano; sono schemi di strutture ricorrenti, modelli di comportamento del sistema che, senza riguardo nei confronti del contenuto, replicano i flussi e le catene di causa-effetto in maniera sempre uguale.
Questa trasversalità e “fedeltà” a loro stessi ovunque essi appaiano, gli vale, lo hai capito, il nome di archetipi.

Gli archetipi sono armi potentissime nelle mani di un systems thinker e ciò per diversi motivi. Te ne dico tre:
1. Gli archetipi sono in numero limitato (!) ma consentono, singolarmente o in combinazione con gli altri, di rappresentare l’intera realtà dinamica che ci circonda.
2. Essendo strutture che si ripetono (e già questo, secondo me, ha qualcosa di… magico; lo so, è un termine tutt’altro che scientifico ma è davvero straordinario, se ci pensi) sono stati studiati a fondo e quindi la loro conoscenza ci consegna una capacità di interpretazione e un’efficienza di intervento che solo un pensatore sistemico può vantare. Tutti gli archetipi hanno infatti esclusive proprietà come i comportamenti attesi, le resistenze e i punti di leva; insomma sono “organismi noti” di cui conosciamo bene le malattie e le cure profonde.
3. Possono essere usati in almeno quattro modi diversi. Te li elenco per completezza ma non preoccuparti di comprenderne il significato ora: A. come filtri di osservazione, B. come modelli di struttura, C. come teorie dinamiche o D. come strumenti per la previsione dei comportamenti.

Per iniziare a prendere familiarità con questo strumento, ho dunque pensato di riprendere l’archetipo che abbiamo incontrato l’ultima volta, e questo per tre motivi:
– il primo, più evidente, è perché abbiamo già un trascorso insieme :) ;
– il secondo è che è fra i più semplici, quindi ottimo per avvicinarsi all’argomento;
– il terzo perché è particolarmente rappresentativo della vocazione e dell’orientamento filosofico e disciplinare del pensiero sistemico di cui parleremo in futuro più compiutamente.

Eccoci dunque al “Fixes that Fail – Soluzioni che Falliscono”.

IL FIXES THAT FAIL

Ricordi il caso delle coltivazioni infestate dai parassiti? il diagramma era questo:

Beh, quel diagramma altro non è che una contestualizzazione dell’archetipo Fixes that Fail:


Ogni archetipo narra una storia, (si dice cioè che ha una sua storyline), in genere raccontata all’interno di una storia più articolata, come nel caso degli insetti parassiti.
Il Fixes that Fail afferma che una soluzione veloce, un quick-fix, può avere conseguenze non intenzionali che aggravano il problema e ipotizza che il suo sintomo diminuirà per un breve periodo per poi tornare al livello precedente, o addirittura peggiorare nel tempo: la causa di ciò sfuggirà all’attenzione degli osservatori e dei decisori perché gli effetti si presenteranno con un ritardo tale da rendere difficoltoso metterli in relazione.
Nella costruzione del diagramma (e quindi nell’interpretazione della realtà) può accadere che tutta la dinamica allo studio sia esaustivamente raccontata da un solo archetipo nudo e crudo, ma il mio consiglio è quello di non attendersi schematizzazioni così nette e… fortunate. Anche solo applicando il Metodo E che ormai conosci, è infatti improbabile che, una volta individuato l’archetipo con i suoi elementi, la risposta a entrambe le domande (te le ricordo: 1. E su questo elemento cos’altro influisce? 2. E su cos’altro influisce questo elemento?) sia “niente!”.
Più verosimile è uno scenario in cui la struttura dinamica, durante l’indagine, si vada componendo di altri elementi, magari aventi al centro, questo sì, proprio l’archetipo. Sia come sia, occorre imparare a delineare correttamente i confini del sistema. E qui l’insidia è di matrice opposta:
– o rischiamo di lasciar fuori variabili che invece dovremmo considerare (confini troppo ristretti)
– oppure, al contrario, di ampliare eccessivamente i confini, inglobando variabili inutili, ridondanti o fuorvianti.
Spenderò due parole su questo tema fra poco e, più compiutamente, nel prossimo articolo.

Prima però dobbiamo riprendere un concetto accennato prima, quello secondo cui gli archetipi hanno un’importanza straordinaria perché portano in dote, ciascuno per sé, caratteristiche uniche, già isolate e studiate, quindi sfruttabili.

Nel caso del FtF-Fixes that Fail, per esempio, ci muoviamo, sin dall’inizio, con dati e strumenti certi.
1. Esistono segnali tempestivi di allarme:
– “Prima sembrava funzionare, adesso non funziona più!”
– “Abbiamo sempre fatto così!”
– “Oddio, non dirmi che ci risiamo!”
– “Ma non basta mai?”

La costanza di un’abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità. - Marcel Proust -

2. Abbiamo metodi specifici per “stanarlo” e per diagnosticarlo correttamente:
– sono per caso state intraprese azioni per rispondere rapidamente a una crisi?
– di queste azioni sono state valutate conseguenze a lungo termine?
– in passato sono stati presi provvedimenti simili in risposta a crisi simili?

3. Sappiamo come non farci ingannare dalle apparenze:
– I miglioramenti in corso sono effimeri e stanno creando un velo di Maya che ci impedisce di vedere il problema di fondo

4. Possiamo fare previsioni affidabili:
– sarà dannoso concentrare le energie sulla soluzione sintomatica
– più somministreremo la cura sintomatica, più il problema ne chiederà “dosi” maggiori

5. Sappiamo come impostare l’intervento e in che direzione andare, pena il fallimento:
– la soluzione sintomatica può essere usata solo a patto di “comprare tempo”, nel mentre
– occorrerà studiare un piano (sistemico, ça va sans dire) di lungo periodo. Questo approccio duplice ci indirizza pertanto verso l’applicazione di una correzione immediata (per effetto del FtF possono crearsi gravi emergenze) ma contemporaneamente pianificare la soluzione fondamentale che ci eviterà la trappola di un ciclo perpetuo di soluzioni temporanee sempre più costose e sempre più inefficaci.

In quanto originate dall’indagine analitica, le soluzioni sintomatiche hanno il discutibile pregio di ottenere un qualche apparente e veloce risultato, e tanto basta per essere preferite; poco importa se le cose peggioreranno di lì a breve perché tanto vi sarà sempre spazio (così ci illudiamo) per altri interventi tampone, altri attori da incolpare, nuove scuse da addurre. [...] Per lo stesso motivo dovremmo guardare con attenzione ai miglioramenti repentini nei momenti di crisi, a volte persino con sospetto: ci sono ottime possibilità, infatti, che la situazione, anche quando pare andare meglio, stia strutturalmente peggiorando, solo che noi siamo soddisfatti della soluzione sintomatica che abbiamo appena messo in circolo; finito l’effetto temporaneo il sistema ci presenterà un nuovo conto inaspettato e più salato. Queste modalità di intervento, quindi, pur ponendosi come obiettivo rapide soluzioni, di fatto, ne allungano a dismisura i tempi: molto semplicemente dovremmo imparare a investire di più sulle cose importanti e meno su quelle urgenti. - Tratto da Il Grande Spreco: progrediti ma non evoluti -

Come dotazione iniziale per un intervento, non ti sembra una toolbox straordinaria?
E considera che stiamo parlando di un solo archetipo, fra i più semplici e intuitivi.

DELINEARE I CONFINI

Già sai: è un passaggio molto delicato dell’intervento sistemico!
Ora che hai visto uno degli archetipi in azione ti sarà facile comprendere che sono anche uno strumento per una prima identificazione dei confini.
Quando osserviamo un sistema dinamico, infatti, rintracciare un archetipo significa ritrovarsi con i suoi confini funzionali già tracciati: questo ci fornisce una prima direzione, un punto di partenza dal quale muoversi alla ricerca delle connessioni a lui esterne (ricordi? abbiamo detto che non possiamo pretendere che un sistema sia raccontato solo da un archetipo…).
Insomma, riconoscere schemi fissi in un sistema apparentemente caotico significa vedere ordine dove prima vedevamo solo caos.
La determinazione dei confini non finisce qui ma direi che per cominciare va bene, no?

CONCLUSIONE

Prima ho detto che il FtF è “particolarmente rappresentativo della vocazione e dell’orientamento filosofico e disciplinare del pensiero sistemico”: ti è chiaro ora il motivo?
Il pensiero sistemico indaga i sistemi e le loro strutture dinamiche, le forze che sono sottese ai problemi e agli eventi, e mira a individuare le cause profonde e radicali delle questioni evitando (come la peste :) ) le interpretazioni superficiali e le soluzioni sintomatiche.
Il FtF racconta e ci insegna a contrastare proprio questo scenario, purtroppo così diffuso tra le scelte umane.

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