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Auguri di un pigro pentito

Gennaio 05, 2011
by Gianluigi
equilibrio, formazione della scelta, società
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Prendo il treno.

È in colossale ritardo.
Le voci della gente esprimono concetti del tipo: “…tanto cosa gliene frega a loro“, “sono solo capaci di chiederci il biglietto“, “scioperi, aumenti, sporcizia: noi non contiamo proprio niente“

Vado a fare compere.
C’è “chi compra” e c’è “chi vende“.

Due mondi “l’un contro l’altro armati“.

Leggo un giornale.
Vado al bar.
Entro in un’azienda.
O in una scuola.
O Università.
Allo stadio.
Accendo la tv.

Ci sono i “rocker” e, che so, i “metallari“.
Gli “Apple” e i “Microsoft“.
Quelli del nord e quelli del sud.
I bianchi e i neri.
I giovani e gli anziani.
Gli operai e gli imprenditori.
Le madri e i padri.
La quarta B e la quinta C.
I maschi e le femmine.
I motociclisti e gli automobilisti.
Ecc…
Ecc…
Ecc..

Diamine, qualunque cosa faccia esiste sempre un vallo, uno steccato, una frattura, bene che vada una rete tra il “NOI” e il “LORO” !
Lo trovo insopportabile.
E la cosa si fa sempre più virulenta…

Qui non si tratta di distinzione, diversità, varietà, molteplicità di intelligenze od opinioni, no, qui si tratta di separazione.
NOI…
…e LORO.
Null’altro.
Non faccio altro che ascoltare vuoti discorsi privi di ogni vero anelito alla comprensione, alla ricomposizione, alla risoluzione, all’evoluzione; ogni dialogo (e magari si trattasse di dialogo…) è solo un ritmato susseguirsi di concetti preconfezionati e premasticati dalla “fazione”  di appartenenza tanto che nulla cambierebbe se a pronunciarli fosse l’uno o l’altro dei suoi “adepti“; nessuno che ascolti davvero.

E poi, non dialoghiamo: ASPETTIAMO SOLTANTO CHE GIUNGA IL NOSTRO MOMENTO DI PARLARE (se e quando aspettiamo); mentre l’altro parla noi siamo solo in attesa, NON in ascolto; pensiamo a cosa dire ancor prima di aver ascoltato.
Non ci confrontiamo da “posizioni diverse” ma ci scontriamo da “postazioni avverse” .

Dalle linee di trincea scavate con i nostri commilitoni, i nostri “compagni d’arme“, i nostri fiancheggiatori delle idee, spariamo nel buio a qualunque cosa si muova.
Alla cieca.
Pregiudizialmente.

Siamo diventati pigri.

Il mondo si è rimpicciolito? Chissà, forse è vero, ma i nostri orizzonti, l’apertura del nostro sguardo e delle nostre menti, si sono ristretti molto di più.
La varietà non è più una ricchezza: è un intralcio.
Preferiamo “intrupparci“, farci dire cosa è giusto per poterlo fare (forse) e urlarlo agli “altri“.

Siamo diventati pigri.

Ci adagiamo sulle opinioni del gruppo e in una sorta di autoalimentazione del nulla predichiamo concetti nati prima e senza di noi e di cui, genesi e conseguenze, non ci curiamo; e diventiamo tutti sacerdoti della verità.

E pigri.

Stiamo diventando sempre più l’espressione del gruppo, della schiera, della confraternita, del partito, della classe, della fazione, del cartello, della razza o del gregge…
…vorrei tanto ascoltare opinioni e idee di ciascuno, del singolo che ho di fronte, idee magari concepite grazie a una sbornia, quando talune pulsioni profonde riescono a emergere.

Abbiamo dimenticato la nostra identità.
Sì, dimenticato…
Perché ciascuno di noi non dovrebbe cercare o scoprire la propria identità: la dovrebbe ricordare.
Per “ricordare l’identità” intendo che essa è un dono naturale, l’abbiamo in dote per diritto di nascita in quanto esseri umani, ed è proprio quello il diritto che abbiamo smesso di esercitare.
Il fatto che essa si evolva nel tempo è solo un aspetto accessorio della sua unicità.
Dovremmo ricordare cosa pensavamo prima che smettessimo di farlo.

Siamo diventati pigri.

Ed essendo pigri lasciamo agli altri, anche inconsapevolmente, il lavoro sporco, come farsi un’idea e prendere una posizione; ciò, infatti, può essere duro, faticoso.
Distinguersi è pericoloso, ci sottrae lo scudo del gruppo, rischia di isolarci e questo, per una identità debole e dipendente, è troppo.

Abbiamo bisogno di sentirci gratificati, ammirati; abbiamo bisogno di non sentirci soli, abbiamo bisogno di un senso di appartenenza e il gruppo ci garantisce tutto ciò. Esso colma il nostro vuoto interiore, là dove la forza della nostra identità dimenticata non può più arrivare. Poco male se poi il risultato è solo quello di un numero, grande o piccolo non importa, di persone che si danno le pacche sulle spalle vicendevolmente: un minuetto rituale che ha la sola funzione autoreferenziale di perpetuare se stesso.
Non immagino, sia chiaro, un mondo colmo di individui isolati e autarchici, anzi, è proprio il contrario!
La mia convinzione è che la nostra società stia perdendo l’unica vera grande occasione che possiede: evolversi nella olistica convinzione che “l’intero può essere maggiore della somma delle sue parti“…
Ok, mi rendo conto che sto oscillando tra il filosofico e l’invettiva e che forse ho anche troppo generalizzato: a voi il diritto, la libertà e l’indipendenza identitaria di trarne ciò che ritenete condivisibile…

Il convenzionale anno 2010 è terminato e, come sempre, nulla sarà radicalmente stravolto: ma “mi dicono” che nella notte di S. Silvestro sia uso porsi nuovi propositi…
…bene, da parte mia mi sforzerò di fare sempre il possibile per riuscire a distinguere, quando penserò e parlerò, chi sta realmente pensando e parlando, di capire se gli scopi che mi prefiggo nel farlo sono veramente i miei e se perseguendoli ne avrò un reale, condivisibile beneficio. Insomma cercherò di provare a farmi più domande e a dispensare meno risposte.

Forse proprio il contrario di quanto ho appena fatto.

Buon 2011, sinceramente.

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    ISTANTANEA

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    Gianluigi Merlino

    Formatore, coach, systems thinker

    "È sempre stata una questione di scelta, anche oggi che abbiamo una via d'uscita"

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